Parole in gioco

agosto 31, 2010

La filastrocca

Filed under: Filastrocca,Tradizione popolare — paroleingioco @ 8:54 pm

Fonte: http://annaritaverzola.splinder.com/post/11072513#comment

Filastrocca deriva dal termine popolare toscano filastroccola, ma l’etimologia ci dice che deriva da filatessa, termine a sua volta originato dal verbo filare, e sta a indicare secondo alcuni il procedimento linguistico circolare che spesso la caratterizza, secondo altri invece un particolare tipo di nenia che le filatrici intonavano per accompagnare il loro lavoro.

Con il termine filastrocca ci si riferisce ad una composizione cadenzata di vario argomento, a volte sotto forma di dialogo, generalmente composta di versi brevi e spesso in rima, o con parole che presentano assonanze o allitterazioni. Ha ritmo veloce  e suo carattere principale è appunto la ripetizione di parole o di suoni con intento comico o grottesco, giocato sul divertimento e sull’interesse che nasce nei bambini al ripetersi di parole buffe o senza senso.

C’era una volta un re
Seduto sul sofà
Che disse alla sua donzella
-Raccontami una storiella-
E la donzella incominciò…
“C’era una volta un re
Seduto su un sofà
Che disse alla sua donzella
-Raccontami una storiella-
E la donzella incominciò…
“C’era una volta un re…

In questo celebre esempio di filastrocca il divertimento nasce dalla  circolarità delle frasi, come un gioco di specchi che riproponga all’infinito la medesima immagine.
La filastrocca viene cantata o recitata spesso con movimenti che ne sottolineino le parole o il ritmo.
Mia nonna mi ha insegnato questa e garantisco le  reazione divertite di piccoli ai quali l’ho proposta…

Una ragazza
Su per la piazza
Andava alla scuola
Col canestrino
Con pane e cacino…
…micio, micio micino!

(A ogni verso si accarezza il palmo della mano del bambino, ma sul verso finale gli si fa il solletico con le punte delle dita  e ciò provoca  matte risate nel piccolino di turno.)

Se sono i bambini stessi a eseguirla, spesso è una “conta”, fatta toccando a uno a uno i partecipanti del gioco, con lo scopo di scegliere chi dovrà fare qualcosa o subire una penitenza…

Ambarabà ciccì coccò
Tre civette sul comò
Che facevano l’amore
Con la figlia del dottore
Il dottore si ammalò
Ambarabà ciccì coccò

Oppure accompagna un indiavolato girotondo…

O quante belle figlie, Madama Doré,
o quante belle figlie.
Son belle e me le tengo, Madama Doré,
son belle e me le tengo.
Me ne dareste una, Madama Doré,
me ne dareste una?
Che cosa ne vuoi fare, Madama Doré,
che cosa ne vuoi fare?
La voglio maritare, Madama Doré,
la voglio maritare.

Gli adulti  propongono la filastrocca ai più piccini con l’intento di cullarli,  calmarli, divertirli o addormentarli.

La filastrocca può essere lunga o breve, a volte ha  un movimento lento e un po’ sognante, che ne fa una ninna nanna…

Fate la nanna, coscine di pollo,
la vostra mamma vi ha fatto il gonnello,

e ve l’ha fatto con lo smerlo intorno,
fate la nanna, coscine di pollo.
Fate la nanna  e possiate dormire,
il letto è fatto di rose e di viole,
e le coperte di panno sottile,
fate la nanna, begli occhi di sole.
Ninna nanna, nanna ninna,
il bambino è della mamma,
della mamma e di Gesù.
(nome del bambino) non piange più

… altre  ha il ritmo vivace e cadenzato di  una marcia…

Trucci cavallo
Lorenzo Tittigallo
Con la cavalla zoppa.
Chi l’ha azzoppata?
La stanga della porta!
Dov’è la porta?

L’ha bruciata il fuoco!
Dov’è il fuoco?
L’ha spento l’acqua!
Dov’è l’acqua?
L’ha bevuta la capra!
Dov’è la capra?
L’hanno scorticata!
Dov’è la pelle?
Hanno fatto i tamburelli per le figlie belle dell’amor!

(Cantando questa filastrocca si fa sedere il bambino sulle ginocchia e lo si tiene per le mani, facendolo saltellare piano piano su una gamba e sull’altra, simulando il trotto del cavallo, via via più forte sul finale della filastrocca).

La filastrocca è parte integrante della cultura popolare per cui non è raro trovarne di regione in regione diverse varianti della medesima. O anche in una lingua diversa. È il caso di questa filastrocca popolare inglese, nota anche in Italia.

“Chi ha ucciso l’usignolo?”
“Io, disse il cacciatore,
io, con il mio fucile
ho spezzato il suo cuore”.
“Oh, povero usignolo!”

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi tesserà il lenzuolo?”
“Io,disse il tessitore,
il tesserò il lenzuolo
per avvolgere il corpo
del povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi piallerà la bara?”
“Io, disse il picchio rosso,
io piallerò la bara
in buon legno di bosso
al povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi dirà le preghiere?”
“Io, disse l’assiolo,
con la mia triste voce
canterò il Miserere
al povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a lacrimare
sul povero usignolo.

“Chi scaverà la fossa?”
“Noi tutti, gli uccellini,
con le nostre zampette:
noi saremo i becchini
del povero usignolo”.

E tutti gli uccellini
della terra e del mare
vennero a sotterrare
il povero usignolo.

A volte la filastrocca cela un significato politico o sociale, come questa dello scrittore, porta e drammaturgo triestino Francesco Dall’Ongaro (1808-73), autore del famoso dramma Il fornaretto di Venezia

C’era una volta un re e una regina,
che al sol vederli passava la fame.
Vivean a starne, vestivan di trina
per la felicità del lor reame,

quando la gente non avea farina,
lo re diceva mangiate pollame.
Lo re può fare e disfar ciò che vuole,
noi siam nati per far ombra al sole.
Lo re può fare e la pace e la guerra,
e noi siam nati per andar sottoterra…
Passa la notte e l’alba s’avvicina…
C’era una volta un re e una regina.

Questa nota e lunga filastrocca, nella quale ogni immagine richiama l’altra, è stata rielaborata da Fabrizio De André nella sua canzone Volta la carta.

La donnina che semina il grano
volta la carta e si vede il villano.
Il villano che zappa la terra
volta la carta e si vede la guerra.
La guerra con tanti soldati
volta la carta e si vede i malati.
I malati con tanto dolore
volta la carta e si vede il dottore.
Il dottore che fa la ricetta
volta la carta e si vede Concetta.
La Concetta che fa i brigidini

volta la carta e ci sono i bambini.
I bambini che van per i campi
volta la carta e si vedono i lampi.
I lampi che fanno spavento
volta la carta e si vede il convento.
Il convento coi frati in preghiera
volta la carta e si vede la fiera.
La fiera con burle e con lazzi
volta la carta e si vedono i pazzi.
I pazzi che cantano a letto
volta la carta e si vede lo spettro.
Lo spettro che appare e va via
volta la carta e si vede Lucia.
Lucia che fa un vestitino
volta la carta e si vede Arlecchino.
Arlecchino che fa gli sgambetti
volta la carta e ci sono i galletti.
I galletti che cantano forte
volta la carta e si vede la Morte.
La Morte che falcia la gente
volta la carta e non vedi più niente.

(il testo è tratto dal volume Staccia buratta, la micia e la gatta…di Francesca Lazzarato, illustrato da Nicoletta Costa, Mondadori Ragazzi, 1989)

Un piccolo cenno merita anche il  limerick inglese, un genere di nonsense costituito secondo regole ben precise. La sua origine è ignota, mentre è ritenuta certa l’elaborazione di nonsense nell’antichità e in Shakespeare.I più famosi sono quelli di Edward Lear e Gianni Rodari ne spiega così la costruzione:

c’era un vecchio di palude

di natura futile e rude

seduto su un rocchio

cantava stornelli a un ranocchio

quel didattico vecchio di palude

(trad. di Carlo Izzo)

(Edward Lear, Il libro del nonsense, Einaudi, 1970)

“Il primo verso contiene l’indicazione del protagonista (c’era un vecchio di palude)
Nel secondo verso è indicata la sua qualità (di natura futile e rude)

Nel terzo e quarto verso si assiste alla realizzazione del predicato

(seduto su un rocchio/cantava stornelli a un ranocchio)

Il quinto verso è riservato all’apparizione di un epiteto finale, opportunamente stravagante (quel didattico vecchio di palude).

Alcune varianti sono in realtà forme alternative della struttura. Per esempio, al secondo verso, la qualità del personaggio può essere indicata, anziché da un semplice attributo, da un oggetto che egli possiede, o da un’azione che compie. Il terzo e il quarto, anziché alla realizzazione del predicato, possono essere riservati alla reazione degli astanti. Nel quinto, il protagonista può subire rappresaglie più serie che un semplice epiteto.

Vediamo un altro esempio:

  1. il protagonista:

C’era un vecchio di Granieri

  1. il predicato:

che camminava in punta di piedi

  1. e   4.   la reazione degli astanti:

ma gli dissero:Bel divertimento
incontrarti in questo momento

5.   epiteto finale:

o rimbambito vecchio di Granieri

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia (Einaudi Ragazzi, 1973)

Le filastrocche che ho riportato fanno parte dei miei ricordi infantili, chissà se appartengono anche a quelli di qualcun altro?

P.S.: aggiorno questo post inserendo le definizioni di “filastrocca” che MariaStrofa mi ha gentilmente suggerito, fermo restando che l’etimologia del nome non è mai stata del tutto chiarita. La voce potrebbe risultare da un “filo” associato a “strocco o strocca,” formazione, cioè, sulla linea di “filigrana”: lo strocco è un tipo di seta attestato in antichi documenti. Secondo una nuova interpretazione il sostantivo nasce dalla costruzione imperativale *fila* e (s)trocca ‘dà un colpo’ ‘disfa’ e anche ‘parla’.

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