Parole in gioco

agosto 29, 2010

Le Sette Regole dell’Arte di Ascoltare

Filed under: Formazione,Libri — paroleingioco @ 10:27 pm

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni.
Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.

2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista.
Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.

3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.

4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio.
Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
Il loro codice è relazionale e analogico.

5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili.
I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti,perchè incongruenti con le proprie certezze.

6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.

7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica.
Ma quando hai imparato ad ascoltare,l’umorismo viene da sè.

di Marianella Sclavi da Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte

Ascolto Attivo/Ascolto Passivo
Delle “Sette regole dell’arte di ascoltare” (Sclavi, 2000a), quella che più immediatamente rende l’idea di cosa si intende per Ascolto Attivo è la seguente:

“se vuoi comprendere quello che un altro sta dicendo,
devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti
a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.”

L’Ascolto Attivo implica il passaggio da un atteggiamento del tipo “giusto-sbagliato”, “io ho ragione-tu hai torto”, “amico-nemico” ad un altro in cui si assume che l’interlocutore è intelligente e che dunque bisogna mettersi nelle condizioni di capire com’è che comportamenti e azioni che ci sembrano irragionevoli, per lui sono totalmente ragionevoli e razionali.
L’atteggiamento giusto da assumere quando si pratica l’Ascolto Attivo è diametralmente opposto a ciò che caratterizza quello che tradizionalmente viene considerato un buon osservatore: impassibile, “neutrale”, sicuro di sé, incurante delle proprie emozioni e teso a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto ascolta. Al contrario, se vogliamo entrare nella giusta ottica, dobbiamo imparare qualcosa di nuovo e sorprendente, che ci “spiazza” dalle nostre certezze e dunque che ci consente di dialogare.
Questo significa che dobbiamo essere disponibili a sentirci “goffi”, a riconoscere che facciamo fatica a comprendere ciò che l’altro ci sta dicendo: in questo modo stabiliamo rapporti di riconoscimento, rispetto e apprendimento reciproco che sono la condizione per affrontare congiuntamente e creativamente il problema. È la rinuncia alla arroganza dell’uomo-che-sa e l’accettazione della vulnerabilità, ma anche l’allegria, della persona-che-impara, che cresce, che cambia con gli altri invece che contro gli altri.
IL GIUDICE SAGGIO
La dinamica complessiva di questo tipo di comunicazione è ben rappresentato dall’aneddoto del “giudice saggio”, che è il seguente.
Al giudice saggio furono portati i due litiganti. Egli ascoltò molto attentamente le ragioni del primo e commentò: “tu hai ragione”. Poi ascoltò il secondo e di nuovo commentò: “tu hai ragione.” A questo punto un osservatore esclamò: “eccellenza, non possono avere ragione entrambi!!”. Il giudice saggio ci pensò sopra un attimo e poi, serafico: “Hai ragione anche tu”.
Nella comunicazione interculturale molto spesso hanno ragione entrambi gli interlocutori, e al tempo stesso “non possono aver ragione entrambi” perché non si capiscono fra loro. Il riconoscerlo è un indice di saggezza.
Il dialogo fra culture diverse non riguarda in primo luogo i comportamenti, ma abitudini percettive-valutative profondamente interiorizzate e difficili da cambiare.
ABITUDINI DI PENSIERO
Quando ci muoviamo entro un “sistema semplice” (cornici condivise, stesse premesse date per scontate) l’abitudine di pensiero più adeguata è quella della logica classica, della razionalità analitica e lineare.
Ma quando il sistema di cui siamo parte è “complesso” (caratterizzato dalla comunicazione fra cornici diverse), bisogna passare ad un’altra abitudine di pensiero guidata dall’ascolto attivo, interessata alle cornici e premesse implicite, che considera l’osservatore parte integrante del fenomeno osservato, circolarmente e auto-riflessivamente.
Sempre più spesso con il diversificarsi della nostra società, l’ascolto attivo diventa una competenza di base, indispensabile anche nella vita quotidiana all’interno di una “stessa cultura”. Questa competenza oggi è spesso richiesta anche nei rapporti fra genitori e figli, fra marito e moglie, fra insegnanti e allievi, fra pubblici amministratori e cittadini, fra urbanisti e abitanti.
Potremmo anche aggiungere dal lato dell’ascolto passivo: “attenzione ai contenuti” e da quello dell’ascolto attivo: “attenzione alla forma”.
Qualsiasi comportamento, anche il semplice camminare per strada, può essere visto non solo come l’attuazione di un concetto astratto: “il camminare” (attenzione ai contenuti), ma anche come un susseguirsi di discontinuità, di microscopici incidenti e occasioni di imbarazzo che possono essere gestiti in modi e stili diversi (attenzione alla forma).
Questo vale non solo per le persone e interazioni osservate, ma anche per l’osservatore. In un certo senso si può dire che l’interesse principale di chi pratica l’ascolto attivo è osservare se, e come, lui stesso e gli altri praticano l’ascolto attivo. E’ una osservazione “ecologica” alla maniera di Gregory Bateson e “polifonica” alla maniera di Michail Bachtin.

STUDI SULLE DINAMICHE DELL’ASCOLTO ATTIVO
Nel mondo occidentale il riconoscimento dell’importanza dell’ascolto attivo in generale (e non solo in sede terapeutica) è una conquista molto recente.
Un grosso impulso agli studi sulle dinamiche dell’ascolto attivo è stato dato, agli inizi degli anni ’80, dagli studi sulle aziende post-industriali (Peters,1982; Kunda, 2000) e dagli studi sui rapporti fra professionisti e clienti (Wolvin e Coakly, 1988; Bert e Quadrino, 1999).
Le basi teoriche per questo approccio erano state elaborate in precedenza da studiosi che hanno sostenuto la priorità dell’ascolto in un paradigma dialogico (Martin Heidegger, Michail Bachtin, Martin Buber) e dai teorici dei sistemi complessi (Bateson, von Foerster, Emery e Trist, Ashby).
Il modello più efficace per comprendere la differenza fra Ascolto Passivo e Ascolto Attivo è offerto dalla buona comunicazione interculturale in situazioni concrete e contingenti (Sclavi, 2000a e 2000b) in quanto rende più facilmente evidenziabile che “uno stesso comportamento” può avere significati antitetici e al tempo stesso assolutamente legittimi.
Per esempio il “non guardare negli occhi una persona anziana e autorevole” in un contesto culturale può essere segno di rispetto, in un altro segno di mancanza di rispetto.
I malintesi, l’irritazione, l’imbarazzo, la diffidenza in questi casi non sono risolvibili in termini di comportamenti “giusti o sbagliati”, ma cercando di capire l’esperienza dell’altro, il che implica accogliere come importanti aspetti che siamo abituati a considerare trascurabili o addirittura che prima non abbiamo mai preso in considerazione.

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