Parole in gioco

febbraio 28, 2010

Lorenzo Milani

Filed under: Formazione,Libri,Pedagogia — paroleingioco @ 7:18 pm
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Lorenzo Milani nasce il 27 maggio 1923 da una famiglia della ricca borghesia fiorentina, da padre orgogliosamente laico e madre, Alice Weiss, ebrea. Cresce in un ambiente laico, di persone molto colte appartenenti alla borghesia illuminata (il cugino materno Edoardo Weiss fu uno dei primi allievi di Sigmund Freud e fondatore dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi; il bisnonno paterno era Domenico Comparetti, filologo tra i maggiori dell’ottocento e non a caso Lorenzo sarà poi estremamente concentrato sull’importanza di possedere e saper usare la parola). A vent’anni, dopo un periodo in cui frequenta l’Accademia di Brera, si converte.
Si tratta di una conversione ampia, sia da agnostico a religioso che da “signorino” a fratello degli ultimi, degli emarginati, dei poveri. Scriverà monsignor Raffaello Bensi, suo padre spirituale, “Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo; voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire”. Ordinato prete, nel 1947, fu inviato come cappellano nella parrocchia di San Donato ove diede vita alla prima scuola popolare. Non smise più di far scuola, nemmeno quando, alla morte del vecchio parroco di San Donato, nel 1954, fu mandato “in esilio a Barbiana” un paesino del Mugello fuori dal mondo. Avversato dall’esterno e dall’interno della Chiesa: processato, nel 1965, per apologia di reato avendo, nella “Lettera ai cappellani militari” invitato all’obiezione di coscienza. Con i suoi ragazzi scrisse “Lettera ad una professoressa” denuncia delle disuguaglianze prodotte dalla scuola di classe, per i ricchi e non per i poveri. Morì nel 1967, per leucemia, a 44 anni.

L’ideale perseguito da Don Lorenzo Milani, che ritroviamo più recentemente anche nell’esperienza di Paulo Freire fra i campesinos del nord-est del Brasile, è la tematica della coscientizzazione.
Quest’ultima è soprattutto “la parola” intesa come segno di conquista della piena autonomia ed energia della coscienza: alfabetizzazione e coscientizzazione sono inseparabili.
L’alfabetizzazione non è semplice tecnica d’insegnamento, ma l’itinerario attraverso cui si prende coscienza della propria condizione di oppressi: al centro del riscatto sociale e culturale vi è la persona umana vista nella sua dignità irripetibile e nella sua capacità di essere consapevole.
Attraverso la cultura, l’istruzione, la persona conquista il dominio sulla parola ed attraverso l’uso della parola la persona prende coscienza.
Senza il dominio della parola il contadino non potrà mai esprimere la propria cultura e rappresentare gli interessi dei contadini.
Ma non serve per operare un salto di classe (diventando a propria volta elementi dominanti), ma per realizzare un riscatto della dignità della persona.
Egli non pensa che con la cultura il contadino non debba più essere tale, ma attraverso di essa può recuperare la sua dignità di uomo ed è quindi in grado di comunicare da uomo a uomo, da pari a pari, con il medico, con l’ingegnere ecc., usando le stesse parole: si realizza la giustizia culturale.
La vera cultura è quella che la coscienza produce da sé una volta che si decide a perseguire, con tutti gli strumenti necessari, la propria autonomia, la propria liberazione.
L’educazione costituisce pertanto una pratica di liberazione, la scelta di classe dalla parte degli oppressi, l’opposizione alla guerra, la denuncia della scuola classista che discrimina i poveri: istanze che ritornano, fortissime e drammatiche, nella realtà dei nostri giorni rendendone pertanto il messaggio estremamente attuale.
Non a caso su una parete della scuola era scritto “I CARE”, cioè “me ne importa, mi interessa, me ne prendo cura”, l’esatto contrario del motto fascista e qualunquista “me ne frego” che può essere talora riconosciuto anche nella cultura individualista di oggi.
“Mi interessa”, cioè a favore della volontà di approfondire le cose perché riguardano tutti, a vantaggio della collettività, per il bene comune.
Dal legame profondo fra Don Milani e la cultura ebraica troviamo il senso dell’importanza che egli attribuisce alla scuola (non dimentichiamo la rottura che crea con gli ambienti tradizionalisti cattolici aprendo la prima scuola popolare a San Donato di Calenzano, nel 1947, aperta a tutti, credenti e non credenti), nel Talmud infatti si legge “il mondo si regge sul lieve respiro dei bambini che vanno a scuola” ed ancora “finchè la scuola dei bambini funzionerà ci sarà speranza per il mondo”.
Riaffiora così l’esperienza della scuola del Dott. Korzack che, nel ghetto di Varsavia, durante la seconda guerra mondiale, continuò ad occuparsi dell’educazione e dell’istruzione dei bambini ospiti dell’orfanotrofio da lui diretto.
Ed ancora dell’esperienza delle numerose scuole organizzate nei campi di concentramento, quindi in luoghi di distruzione e crudeltà totale.
Analogamente la via pedagogica milaniana è una via di pace, ma non una pace che addormenti le coscienze, bensì una pace che inquieti, che interroghi, che provochi crescita e metamorfosi nelle coscienze.
Gli insegnamenti di Don Milani (e di Freire) si sono accompagnati, tra gli anni sessanta e settanta del secolo appena conclusosi, a quelli di altri illustri esponenti del mondo culturale e pedagogico e del pacifismo di quel periodo: Aldo Capitini, Danilo Dolci, Don Zeno Saltini (nomadelfia), Ivan Illich.

Tutti questi autori sono legati dalla tesi che l’educazione non può essere che coniugata con la pace, la non violenza: una non violenza attiva, intelligente, impegnata, partecipativa, in grado di contrastare la violenza, l’autoritarismo, di coglierne e dimostrarne gli effetti perversi, in prima istanza sul piano educativo.

“Dovevo insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia.
Come egli ha la libertà di parola e di stampa.
Come il cristiano reagisce anche al sacerdote ed al vescovo che sbaglia.
Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.”

(Don Milani dalla “Lettera ai giudici”)

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