Parole in gioco

ottobre 28, 2009

L’IPÊ E LA SCUOLA

Filed under: Didattica,Formazione — paroleingioco @ 10:31 am
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Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho letto Martin Buber. Era pomeriggio, stavo sdraiato sull’amaca, là in Minas Gerais Man mano che leggevo il libro Io-tu grande gioia mi invadeva. Infatti le parole di Buber stavano illuminando il mio mondo interiore. Mi riconoscevo in quello che lui diceva. Io ho capito ciò che prima stavo vivendo senza capire. Provo a spiegare raccontando ciò che mi è accaduto un giorno. Stavo passeggiando, assorto nei miei pensieri, quando mi ha sorpreso con un assalto frontale un’esplosione di fiori: un ipê rosa [ ipê è un albero dai fiori di un colore acceso e delicato allo stesso tempo, quasi fosforescente. ndr. ]. Stupore, quasi spavento! M’è venuta una sùbita voglia di abbracciare quell’albero, mangiare i suoi fiori! Ero riconoscente verso la natura così meravigliosa, sacra! Eppure molte persone erano passate di lì o stavano passando o sarebbero passate più tardi senza provare il minimo stupore. So di una donna che odiava a morte il mansueto e meraviglioso ipê giallo che c’era davanti a casa sua. L’odiava perché “i fiori sporcano il suolo”. Suolo di fiori gialli, d’oro, che dovrebbero restare lì! Fiori che c’è da togliersi le scarpe e camminare a piedi scalzi su quel tappeto! Ma la donna non vedeva con gli occhi. Vedeva con la scopa. Vedeva spazzatura. Adesso spiego Buber. Per Buber le cose, gli alberi, gli animali, le persone non sono cose, alberi, animali, persone in se stessi. Ma sono quello che sono a partire dalla relazione che stabiliamo con essi. Per la donna della scopa l’ipê giallo era un oggetto inerte, senza mistero. Per me gli ipê sono uno stupore: bellezza, gioia, rivelazione del mistero dell’universo. C’è un tipo di relazione che trasforma tutto in oggetti morti. Una donna si trasforma in oggetto per l’uomo che la usa al fine di provare piacere. Un uomo si trasforma in oggetto per la donna che lo usa al fine di ottenere status o sicurezza. Un bambino si trasforma in oggetto quando i suoi genitori lo manipolano per realizzare i propri sogni. Per un professore che pensa soltanto a terminare l’intero programma scolastico tutti gli alunni sono oggetti. Per chi corre dietro ai miracoli Dio è un oggetto che fa miracoli. L’elettore è un oggetto che il politico usa per ottenere il potere. Un ammalato può essere, per il medico, un “organismo affetto da malattia” e nulla più (oh, la scena di professori e universitari intorno a un malato del quale non sanno niente, neppure il nome, in una sala di ospedale! Lì non c’è un essere umano, ma un “caso interessante” ). Buber ha dato a questo tipo di relazione il nome di “io-esso”. Toccate dalla relazione io-esso , tutte le realtà – siano esse cose, animali, persone, alberi, Dio stesso – tutte si trasformano in oggetti : io le uso per ottenere i miei propositi. Io sono il centro del mondo. Tutto quello che mi circonda è ridotto a ferramenta per i miei interessi. Quando invece i miei occhi sono aperti per cogliere lo stupore e il mistero delle realtà che mi circondano, io trattengo la mia mano. Non riduco le realtà a meri utensili. Tutti riconosco come miei compagni – non importa se si tratta di un ipê fiorito, o un cagnolino, una poesia, un bambino che vuole lavare il parabrezza della mia auto al semaforo Buber a questo tipo di relazione ha dato il nome di “io-tu”. Le nostre scuole sono programmate come “catene di montaggio”: i bambini sono “oggetti” che vengono “formati” secondo certe norme a loro esterne. Alla fine, più che “maturità” c’è “conclusione dell’assemblaggio”: gli studenti sono carichi di saperi, centinaia, migliaia, tutti uguali. Appartengono al mondo dell’ io-esso. Invece nella relazione io-tu ogni bambino è unico – per il fatto che è un compagno nella mia vita, compagno irrepetibile, non ce ne sarà un altro uguale. Nel mondo dell’ io-esso si usa il potere perché si vuole manipolare un oggetto. Nel mondo dell’ io-tu non si ricorre mai al potere perché si vuole accogliere dentro di sé ciò che sta innanzi. Il segreto della scuola dei miei sogni non sta nelle ricette dei princìpi pedagogici, ma nell’ipê fiorito. Sta nell’abbandono dell’uso del potere e della manipolazione. Immaginate una scuola dove non c’è direttore: tutti i professori sono direttori, nel senso che non c’è chi prenda decisioni finali; i “direttori” non vogliono usare il potere per far valere le proprie idee; le decisioni sono tutte condivise. Una scuola dove i professori non valgono più degli alunni. Dove i professori non danno ordini e gli alunni ubbidiscono. Qual è la ricetta? Non esiste. Come non c’è una ricetta per far fiorire l’ipê. O, come diceva Angelo Silesius:

” La rosa non ha perché: fiorisce perché fiorisce “.

Rubem Alves

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