Parole in gioco

gennaio 22, 2009

ESERCIZI DI STILE di Raymond Queneau

Archiviato in: Didattica,Giochi,Libri — paroleingioco @ 9:20 pm

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Tra i molti capolavori dello scrittore francese Raymond Queneau (1903-1976) Esercizi di stile, scritto nel 1947 e pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione (o forse meglio dire il rifacimento) di Umberto Eco, è un testo molto particolare. Si tratta di un episodio di vita quotidiana molto comune e banale, che viene riscritto per 99 volte attraverso uno stile narrativo sempre nuovo: “la storia viene ridetta mettendo alla prova tutte le figure retoriche, i diversi generi letterari (dall’epico al drammatico, dal racconto gotico alla lirica giapponese), giocando con sostituzioni lessicali, frantumando la sintassi, permutando l’ordine delle lettere alfabetiche… Un effetto comico travolgente, che già si è prestato a realizzazioni teatrali, ma al tempo stesso un esperimento sulle possibilità del linguaggio che può essere usato, come già è avvenuto, per fini didattici”.            Umberto Eco

Per chi non avesse letto il libro, riportiamo qui di seguito l’episodio in questione, almeno nella prima versione che apre il libro. Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. E’ con un amico che gli dice: “dovresti far mettere un bottone in più al soprabito”. Gli fa vedere dove (alla sciancatura) e perché.  – [Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi 1983, traduzione di Umberto Eco, p. 3.]

Raymond Queneau (1903-1976) fu uno scrittore e poeta il cui lavoro combinava una rigorosa sperimentazione e un’irrequieta immaginazione e umorismo. Le sue opere più note sono forse Esercizi di Stile, Zazie dans le Metro, e One Hundred Billion Poems. Oltre a essere noto per il suoi lavori, lo è anche per aver fondato, insieme a François Le Lionnais, OuLiPo (Ouvroir de la Litterature Potentielle) nel 1960, un forum che promuoveva la sperimentazione basata su vari tipi di limitazioni, il cui più famoso esempio è stato la totale assenza della lettera “e” nel racconto di Georges Perec La Disparition.
Le opere di Raymond Queneau, scomparso il 25 ottobre 1976, sono continuamente ristampate, e l’ironia con cui affrontava il linguaggio e narrava la vita germinano interventi e altri libri. A dare frutti non sono solo i libri più costruiti a gioco, come gli “Esercizi di stile”, in italiano tradotti da Umberto Eco, in cui una frase che racconta una cosa banalissima, viene riscritta in 99 stili diversi, o i dieci sonetti i cui 120 versi sono tutti intercambiabili così da permettere “Cent mil miliardes” di nuovi poemi, ma anche i romanzi maggiori con le loro ricerche espressive e costruzioni a incastro multiplo, da “Zazie nel metrò” a “I fiori blu”, in cui si ricerca una sorta di coincidenza tra complessa forma ironica e visione esistenziale. La letteratura fu la vera passione di Queneau, che passò la vita negli uffici della Gallimard, dove dette vita, tra l’altro, al grande progetto di volumi classici della Pleiade. Alla fine degli anni venti frequentò il gruppo surrealista, da Prevert a Breton, con cui ruppe i rapporti per questioni personali nel 1932. Dall’anno dopo iniziò a pubblicare propri scritti e raggiungerà la fama grazie alle pagine fresche e sapientemente ilari di “Zazie” e al film che ne trasse Louis Malle. Cercò sempre di creare una sorta di ponte sotterraneo tra la cultura classica e i movimenti che ne promossero la dissoluzione, proprio per denunciare con ironia il divario esistente tra la scrittura letteraria immobile e il parlato francese con la sua vivacità. “Queneau – scrisse Italo Calvino – è un’eccezionale esempio di scrittore sapiente e saggio, sempre controcorrente rispetto alle tendenze dominanti dell’epoca e della cultura, con un bisogno inesauribile di inventare e di sondare possibilità là dove il piacere del gioco (insostituibile contrassegno dell’umano) gli garantisca che non s’allontana dal giusto”

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